“[…] Nel 1976 i neoconservatori posero fine alla parentesi dichiaramente realista di politica estera del Paese voluta da Kissinger. Per uno scherzo della storia, esattamente trent’anni dopo, lo stesso Henry Kissinger sta ponendo fine all’ultima, inconcludente fase della parentesi neoconservatrice.“
Termina così il post-story sul “Dr. Henry” scritto dal sempre ottimo Daniele Sfregola per Epistemes.org. Secondo Daniele dunque, la politica neoconservatrice, l’esportazione della democrazia e dei valori americani nel mondo, è stata definitivamente accantonata dall’Amministrazione Bush per un ritorno alla politica realista kissingeriana basata piuttosto su “consenso interno, credibilità esterna ed equilibrio del sistema“.
Secondo quanto riporta il settimanale americano The Nation, invece, ripreso in un articolo di Marcello Foa apparso ieri sul Giornale, gli Stati Uniti sarebbero pronti ad attaccare alcuni obiettivi sensibili in territorio iraniano. Ad avallare questa tesi due fatti di non trascurabile importanza: 1) il mancato ritorno in patria (previsto da tempo) della portaerei Enterprise di stanza nel mare arabico; 2) la partenza, direzione Golfo Persico, di un’altra portaerei, la Eisenhower insieme a una nutrita flotta di incrociatori, cacciatorpedinieri, fregate, sottomarini e navi da appoggio che si aggiungeranno a quelli già presenti in loco. Tutto questo farebbe pensare ad un blitz organizzato per colpire alcuni siti nucleari iraniani in una sorta di “opzione Osirak” e non a una invasione territoriale per la quale l’esercito americano è certamente impreparato.
In un momento in cui la diplomazia internazionale è in fase di stagnazione e, sul fronte interno, l’Amminstrazione Bush si prepara ad affrontare le elezioni di “midterm” con una bassissima popolarità e sondaggi che preannunciano una probabile affermazione dei Democrats, un attacco all’Iran potrebbe mischiare nuovamente le carte della politica interna come esterna. Secondo il The Nation l’attacco è previsto tra il 21 e il 25 ottobre prossimi. Non bisognerà attendere molto per scoprire chi tra falchi e colombe della democrazia stavolta volerà più in alto, chi avrà ragione in questa “guerra nella guerra” tra idealismo e realismo.
StarSailor, Un sito di Francesco Sciotto
Opzione Osirak?
13 Comments »
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Interesting, avevo fatto caso alla partenza della task force Eisenhower ..ma potrebbe essere solo uno strumento di pressione (stile “politica delle cannoniere” dell’ottocento); per quanto riguarda la politica interna, non credo che a Bush interessi molto se resterà per gli ultimi due anni in minoranza al Congresso, mica dev’essere rieletto… non so, troverei un attacco adesso (col NordCorea in mezzo ai piedi) veramente sorprendente.
Bel post interessante, invita alla riflessione out of the box.
ciao, Abr
Abr, certo che con il Congresso contro sarebbe più difficile farlo dopo quando magari potrebbe essercene la necessità (spero di no ma ho dei dubbi). Cmq, dovremmo avere presto la risposta ![]()
Grazie e ciao!
Grazie Francesco, per il richiamo al mio articolo.
Tuttavia, il confonto non è in questi termini. Mi spiego. Nel mio articolo rilevo come storiograficamente coloro i quali posero fine al ciclo di HK oggi sono gli stessi che si vedono ridimensionati e sostanzialmente sconfitti dallo stesso HK. Ma il terreno di gioco, per usare una metafora calcistica, non è l’Iran, bensì l’Iraq.
Ancora, bombardare l’Iran non significa automaticamente esportare democrazia anche lì, come invece sostiene la teoria neoconservatrice. Quindi, quand’anche ci fosse un attacco in stile Osirak - e al momento non credo affatto che ciò sia più possibile - il confronto non sarà mica tra ‘realisti’ e ‘neoconservatori’. Perché se è vero che i realisti sono contrari a questa impostazione, è altrettanto vero che sarebbero le conseguenze di un attacco a determinare il successo e l’insuccesso degli uni o degli altri, non l’attacco in sé.
Infine, HK non ha mai escluso a priori un intervento armato mirato contro l’Iran. Non potrebbe mai farlo, per la semplice motivazione che vede la ‘credibilità’ come elemento centrale del suo pensiero di politica estera. Lui ha parlato di negoziato ’sostanzioso’ - e cioé un negoziato capace di mettere sui piatti della bilancia contropartite serie ed incentivanti reciprocamente - e, solo come extrema ratio, l’attacco armato.
Negli Usa, in questo periodo, un numero crescente di analisti , e gli stessi equilibri politici interni all’Amministrazione lo testimoniano, consolida la convinzione di una definitiva sconfitta dei neoconservatori, almeno dal punto di vista storico. Ipotizzarono un mondo da democratizzare a partire dal Medio Oriente. Cinque anni dopo, sono ancora in Iraq, senza consenso all’interno e con pochissima credibilità all’esterno. Il punto è sempre quello: nel momento in cui, concettualmente, si accantona il principio dell’equilibrio, si ottiene squilibrio, instabilità, moltiplicazione dei problemi di politica internazionale. A questa legge della storia diplomatica, i neoconservatori si sono illusi di poter sfuggire. Ovviamente invano, come i fatti stanno dimostrato.
A presto, carissimo.
La notizia di qualche giorno fa che l´amministrazione Bush abbia “consultato” Kissinger, ha colpito anche me. E sono d´accordo con ds che questo sia un possibile segnale che Bush stia riflettendo sull´efficacia o meno della strategia neo-conservatrice dei Kagan dei Kristol e sia, quindi, alla ricerca di un´alternativa. Sappiamo come HK sia un grande ammiratore di Bismarck e dell´equilibrio di potenza, e come tale potrebbe fornire a questa amministrazione una buona politica nel medio-oriente (leggi Iran in primis). Ciononostante, vedo alquanto difficile che una strategia basata sull´equilibrio di potenza possa risolvere con efficacia il problema del terrorismo.
Non dimentichiamo che la pur criticabile strategia di portare la democrazia in Iraq e, grazie all´effetto domino, nel resto del Medio Oriente, per quanto ambiziosa, ha come obiettivo quello di togliere l´humus nel quale il terrorismo si alimenta. In altre parole, si pensa che democratizzando quella zona possano venire meno i presupposti per sostenere il terrorismo jihadista ed estirpare il problema alla radice. E, onestamente, non vedo come una politica “bismarckiana” possa costituire una valida alternativa al raggiungimento dello scopo. A meno che, HK non sia in grado di creare una sorta di tacito accordo con Iran e compagnia cantante, del tipo: “Noi non vi asfaltiamo, ma voi la piantate di sostenere il terrorismo”. Uno scenario del genere, tuttavia, non terrebbe conto di due cose: 1. che i leader politici di questi stati, come L´Iran ad esempio, usano l´arma del fondamentalismo islamico per mantere elevato il consenso interno al proprio potere, e 2. non li frenerebbe dal crearsi un arsenale nucleare.
Concludendo, direi di aspettare ancora un pò prima di pensare che bush sia pronto a lasciare la strategia neo-conservatrice per abbracciare quella kissingeriana. Non la vedo cosí facile.
Vorrei aggiungere una riflessione a quello che dice ds: “nel momento in cui, concettualmente, si accantona il principio dell’equilibrio, si ottiene squilibrio, instabilità, moltiplicazione dei problemi di politica internazionale. A questa legge della storia diplomatica, i neoconservatori si sono illusi di poter sfuggire. Ovviamente invano, come i fatti stanno dimostrato”. Non sono completamente d´accordo. Hai ragione quando dici che in molte occasioni nella storia la rottura dell´equilibrio ha scatenato la guerra (leggi, ad esempio, prima guerra mondiale), ma è altrettanto vero che la Storia ci insegna che la ricerca di un improbabile equilibrio porta a conseguenze nefaste. La politica dell´Appeseament di Chamberlain cos´era se non una ricerca di un improbabile equilibrio? Ed è fallita miseramente perchè non c´erano piú i presupposti per creare un equilibrio. Inoltre, la storia della politica estera americana, a mio avviso, dimostare che certi obiettivi sono stati raggiunti grazie ad una buona dose di idealismo. In questo sono molto piú vicino agli studi di Walter Russel Mead che a quelli di Kissinger.
a presto
WW, due precisazioni.
1) Non ho scritto che l’Amministrazione Bush sia pronta a diventare ‘kissingeriana’. Ho scritto, invece, che l’imprinting più strettamente neoconservatore dell’attività di governo di Bush & co. è al minimo storico e sostanzialmente sostituita da un approccio molto più accorto. Basti vedere le manovre ultime di Condi Rice.
2) Sull’equilibrio delle forze. Il Regno Unito è il Paese in cui, sul finire del XVIII secolo, nacque, con la campagna elettorale ultima di Gladstone, l’idealismo nella sua versione moderna, poi ripresa, formalizzata e rilanciata con Wilson nei primi anni del XIX. Questa premessa serve a dire che, sebbene l’approccio culturale tradizionale britannico rimase immutato sino alla Grande Guerra, nel momento in cui Chamberlain diede vita alla politica di appeasement, l’equilibrio in Europa non c’era più già da un pezzo e per via di un ordine, quello di Versailles, tipicamente wilsoniano e sostanzialmente contrario alla logica di potenza d’impronta bismarckiana.
Proprio con riferimento all’Iran, al ‘mito’ della nuova Monaco 1938, all’equilibrio delle forze e alla Realpolitik, mi permetto di segnalarti un articolo scritto dal sottoscritto insieme ad Andrea Gilli per L’Opinione. Alcuni dei temi di cui parli, li analizzo qui: http://www.opinione.it/pages.php?dir=naz&act=art&id_art=3812&edi=192&dated=12-09-06&aa=2006.
Ciao.
Sul punto 2, ovviamente XVIII sta per XIX e XIX sta per XX. Refuso. Sorry.
Vedo che il dibattito ha preso il là con due illustri opinionisti pronti a sostenere tesi differenti. Ottimo.
Daniele, in effetti ho un po’ “stirato” il tuo articolo traslando le tue tesi dall’Iraq all’Iran. Una forzatura forse, ma il finale è abbastanza chiaro: “abbandono delle tesi neocon in politica estera”. E politica estera USA in questo momento vuole dire Iraq come Iran come, da ultimo (ma non troppo), Nord Corea.
Certo è che un eventuale attacco mirato all’Iran (staremo a vedere come e se così sarà) in questo momento storico - fase in cui tutti i realisti spingono ancora per il negoziato mentre gli idealisti ipotizzano la guerra all’Iran - sarebbe molto più vicino alle tesi dei secondi e non a quelli dei primi.
Se sia giusta o sbagliata non so; come dici tu: è necessario a questo punto che gli Stati Uniti compiano definitivamente la loro scelta e proseguano con convinzione su quella rotta. Ciao mi-ti-co! ![]()
William, fe-no-me-no! Io resto sempre convinto che “in medio stat virtus“. Non a caso lo dicevano gli antichi e gli antichi sono sempre i saggi della situazione
Convinzione numero 2 è che bisogna agire sempre “case by case” schiodandosi dai soliti schemi preimpostati. Ripeto quello che ho scritto a Daniele: non so quale sia la strada giusta da percorrere (figurati, non lo sanno manco loro). Però hai ragione, mi pare sia ancora troppo prematuro considerare conclusa la parentesi neocon. Ciao!
Rispondo ai punti di Daniele:
1)Non hai esplicitamente scritto che l’ amm. Bush sia pronta a diventare kissingeriana ma, dicendo che esiste “la convinzione di una definitiva sconfitta dei neoconservatori” lasci poco spazio una diversa alternativa che non sia quella inevitabile di un realismo di stampo kissingeriano. Sono, comunque, d’ accordo con te sul fatto che le teorie neo-con siano “al minimo storico” e “sostituite da un approccio molto più accorto”.
2)Non sono d’accordo, invece, sull’ analisi storica contenuta nell’articolo apparso sull’ Opinione. Ho una conoscenza della storia abbastanza approfondita per comprendere che la questione iraniania non e’ paragonabile a quella dell’ Europa degli anni trenta. E ritengo anche condivisibile il tuo richiamo alla realpolitik per la questione irachena. Ma vorrei sviluppare due punti, uno storico e l’ altro, diciamo cosi, piu’ teorico.
Sostieni che durante il periodo dell’ appeasement l’ equilibrio in Europa non c’ era da un pezzo. Vero, ed infatti io ho scritto che Chamberlain con la sua politica tentava, in qualche modo, di ripristinarlo cercando un modus vivendi con la Germania. Ma imputare questa mancanza di equilibrio all’ordine tipicamente wilsoniano, uscito da Versailles, non lo ritengo storicamente esatto per i seguenti motivi. Il trattato di Versailles fu il frutto di un compromesso tra le tre grandi potenze, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti. Ognuna aveva obiettivi diversi. Wilson, ad esempio, era fortemente contrario all’ umiliazione della Germania, proprio in nome del suo idealismo; la Francia, invece, in nome della realpolitik, pretese ed ottene che la Germania fosse “umiliata” e privata della possibilita’ di nuocere in futuro. L’ Inghilterra, invece, tenne una posizione defilata, ma sostanzialmente voleva una Germania almeno forte economicamente per controbilanciare il potere Francese sul continente (un lietmotiv della politca britannica di quel periodo). Keynes nel suo saggio “The Economic Consequences of the Peace” metteva in guardia dal fatto che il Trattato non prevedeva alcun piano di ripresa economica e che l’atteggiamento punitivo e le sanzioni contro la Germania avrebbero provocato nuovi conflitti e instabilità, invece di garantire una pace duratura. E cosi’ e’ stato e non certo, quindi, per colpa di Wilson. Inoltre, l’ utilizzo strumentale del principio wilsoniano dell’ autodeteminazione da parte di Hitler non puo’ essere preso a pretesto come causa della politica aggressiva di Hitler. Anche se questo principio ha dato una certa “legittimazione” all’ annessione dei Sudeti e all’Anschluss, non ha certo “giustificato” l’ attacco alla Polonia, il casus belli della Seconda Guerra Mondiale, e al resto d’ Europa.
Il secondo punto, quello teorico, riguarda l’ utilizzo degli eventi storici come esempio da seguire per rafforzare una tesi o una politica attuale. Mi ha colpito sia la citazione di Fred Charles Ikle (che singolarmente appartiene ai neo-con, proprio i fautori delle tesi che intendi confutare, a meno che non sia un caso di omonimia) che usi per smontare il “mito di Monaco” sia la frase che hai postato sul blog: “nel momento in cui, concettualmente, si accantona il principio dell’equilibrio, si ottiene squilibrio, instabilità, moltiplicazione dei problemi di politica internazionale. A questa legge della storia diplomatica, i neoconservatori si sono illusi di poter sfuggire”. Ora, qui dobbiamo metterci d’ accordo: perche’ non e’ intellettualmente corretto ritenere in errore quelli che da “Monaco” traggono una lezione della Storia valida per l’ attualita’ mentre, invece, sono nel giusto coloro che dalla storia diplomatica traggono una “legge” in base alla quale se “si accantona il principio dell’equilibrio, si ottiene squilibrio, instabilità, moltiplicazione dei problemi”. Io dal mito di Monaco traggo una legge valida e universale per le relazioni internazionali e cioe’, che in determinate situazioni la ricerca del negoziato a tutti i costi, la ricerca del compromesso, insomma l’ arte della diplomazia risulta vana e portatrice di conseguenze peggiori di quelle di un intervento armato preventivo.
Saluti
Replico a WW.
1) WW scrive: “Non hai esplicitamente scritto che l’ amm. Bush sia pronta a diventare kissingeriana ma, dicendo che esiste “la convinzione di una definitiva sconfitta dei neoconservatori” lasci poco spazio una diversa alternativa che non sia quella inevitabile di un realismo di stampo kissingeriano”.
Scusa, ma per te esistono due soli tipi di politiche estere: neocon o realismo kissingeriano??? Non ci siamo affatto.
Se affermo che la voce dei realisti nell’Amministrazione Bush è in crescita e quella dei neocon in netto declino, per te significa automaticamente che l’alternativa prossima per Bush sarà automaticamente quella del realismo kissingeriano. E i nazionalisti dove li metti? E i moderati repubblicani vicini all’approccio democratico di politica internazionale? Per non dire delle altre plurime anime della politica estera Usa che mi evito di elencare. E anche all’interno dei realisti, esistono decine di voci diverse: realisti kissingeriani, realisti etici, realisti egemonici, etc. Al momento tra i realisti vicini a Bush, i dominanti sono i realisti etici. Insomma, il discorso è molto più articolato dell’aut aut che poni.
2) Capitolo Versailles. Sostengo che quel sistema fosse strutturalmente privo di equilibrio proprio per colpa del wilsonismo. Innanzitutto Wilson pretese con una certa rigidità l’autodeterminazione, concetto talmente antisistemico da giustificare giuridicamente la condotta di Hitler sino a Monaco 1938 (si badi: qui come in quell’articolo dico “sino”, non “oltre”). In secondo luogo egli imputò la colpa della deflagrazione della Grande Guerra al balance of power, screditando una pratica lunga di tre secoli, e tentando di sostituirla con il multilateralismo istituzionale della Società delle Nazioni, le conferenze per il disarmo ed altri meccanismi distorsivi di questo tipo che tutto fecero meno che avere successo o stabilizzare alcunché. Il risultato fu il crescendo antisistemico e giuridicamente legittimato “sino” a Monaco 1938 di Hitler. L’appeasement di Chamberlain mirava non a recuperare l’equilibrio (questo lo voleva Churchill, che come saprai da tempo si sgolava inutilmente contro Chamberlain, segno evidente del fatto che Chamberlain tutto voleva meno l’equilibrio), ma, anzi, mirava a preservare il sistema wilsoniano, prima che crollasse del tutto. L’appeasement fu eccesso di zelo wilsoniano, non tentativo fallimentare di tornare al balance of power che in quel momento era auspicato dal solo Churchill.
Su Ikle. E’ un neocon. So what? Non è mica appestato. E’ citabile e dice cose sensate. Che poi sia di colore bianco o nero, neocon o maoista, americano o ugandese diventa un tema secondario. I contenuti prima delle etichette, non trovi?
Trarre regole dalla storia diplomatica può essere utile. Quello che affermo - qui come nell’articolo che ti ho segnalato - è altro. E cioé: prima di richiamare precedenti, occorre accertare che vi sia effettiva corrispondenza negli elementi degli uni rispetto a quelli degli altri (la situazione contingente). Ecco perché invocare Monaco 1938 sull’Iran è fuorviante. Monaco 1938 è stato richiamato una infinità di volte per i più disparati casi. Eppure quello è un caso specifico. E per essere richiamato richiede quantomeno una riproposizione analoga di una situazione comparabile storicamente. Richiamare invece l’equilibrio delle forze come pratica regolatrice del sistema internazionale significa rifarsi ad una nozione-pilastro delle scienze politiche internazionali, per definizione generale e quindi estensibile a situazioni differenti.
Ciao.
1) DS scrive “Scusa, ma per te esistono due soli tipi di politiche estere: neocon o realismo kissingeriano???”
Assolutamente no. Esistono molte correnti e sfaccettature della politica estera americana. Per semplificare il discorso, peró, ho tenuto conto che i due poli all´interno dei quali la politca estera americana si è da sempre mossa sono l´idealismo e il realismo di stampo europeo, tanto caro al nostro HK. A me sembra, che l´aut-aut lo poni tu sostenendo, nel tuo articolo, che l´idealismo come stella polare della politica estera è stato definitivamente sconfitto dalla Storia. Nono sono d´accordo e ritengo, invece, che molto del successo degli Stati Uniti nella sua breve storia sia dovuto all´idealismo politico che ha spesso contraddistinto la loro politica estera.
2. Versailles.
Sono d´accordo con te che i principi proposti da Wilson fossero “ingenui” e piuttosto irrealistici per l´Europa dei primi del XX secolo, ed infatti da Versailles ne uscirono in qualche modo “filtrati” o “annacquati” per mano dei Francesi e degli Inglesi. Concordo quando scrivi che “l’autodeterminazione” fosse un “concetto talmente antisistemico da giustificare giuridicamente la condotta di Hitler sino a Monaco 1938″, ma da qui a ritenere che l´antisistemicità di quel principio sia la causa della politica aggressiva di Hitler e della destabilizazione europea ce ne passa. Da lettore del tuo articolo (chiedo scusa se è una percezione sbagliata) ho evinto che, secondo te, il sistema wilsoniano uscito da Versailles fosse la causa principale della politica hitleriana almeno fino al 1938. Non sono d´accordo perchè dai, secondo me, un´eccessiva “colpevolezza” ai principi dell´idealismo wilsoniano, l´autoderminazione e l´istituto della Societá delle Nazioni in primis, senza tenere conto di altre componenti storiche importanti. E a questo proposito ho citato il saggio keynesiano.
Ammetto che la mia affermazione riguardante un Chamberlain desideroso di ripristinare l´equilibrio europeo, inteso come “balance of power” prebellico, sia stata una forzatura (e anche una inesattezza) che, giustamente, hai messo in risalto. Ma vedo come “driver” dell´appeasement di Chamberlain non una pedissequa rassegnazione al sistema wilsoniano ma piú semplicemente l´evitare a tutti i costi una guerra che l´opione pubblica inglese non voleva e non era preparata ad affrontare. Anche se, come come fai tu, consideriamo l´appeasement un “eccesso di zelo wilsoniano” (e ripeto, posso essere anche d´accordo) questo non inficia l´insegnamento (valido anch´esso come pilastro delle relazioni internazionali alla stessa stregua del “balance of power”) che se ne puo´trarre; e cioè, che, in determinate circostanze, la ricerca a tutti i costi del negoziato e della via diplomatica può essere uno sbaglio. Ed un intervento armato preventivo è molto piú realista della via diplomatica che ritieni caratteristica fondamentale del realismo stesso.
Una precisazione su Ikle. Lungi da me trattare un neo-con come un appestato. Anzi, mi fa enorme piacere che anche tu ritenga questi intellettuali degni di essere citati e studiati, visto che dopo la guerra in Iraq sono stati trattati sì da “appestati” specialmente qui in Europa. Ho trovato solo strano che tu citassi Ikle per avvalorare un tuo ragionamento che ha come conclusione quella di affermare che le teorie e le politiche promosse dai neo-con sono state sconfitte dalla Storia. Citare un neo-con solo quando fa comodo, mi sembra che sia lo stesso vizio di fondo di coloro che citano “Monaco” per i loro fini politici.
Permettimi una considerazione finale. Ho notato che man mano che discutiamo le nostre posizioni si avvicinano o, comunque, non sono poi cosi´distanti come sembravano inizialmente. Ma da semplice lettore del tuo articolo, invece, mi sono sentito davvero distante dalle tue posizioni a causa di uno schema troppo rigido e scolastico, passami il termine. Nel senso che se fossi un lettore digiuno di relazioni internazionali e non avessi, quindi, gli strumenti per approfondire il dibattito, mi sarei fatto l´idea che l´unica politica possibile e valida nelle relazioni internazionali sia quella diplomatica e negoziale ad ogni costo che avrebbe come fine ultimo “l’equilibrio delle forze come pratica regolatrice del sistema internazionale”. Ma questo non sarebbe sufficiente a rispondere ai quesiti che ogni cittadino si pone quotidianamente di fronte alla realtà internazionale, dove la via diplomatica si rivela inefficace quando deve fare i conti con il terrorismo islamico, con i nazionalismi auto-legittimanti non più tenuti a bada dai blocchi e ricerche di status regionali. Come si fa a creare un equilibrio di potenza nel medio-oriente se una “atomica iraniana” lo destabilizzerebbe di fatto? O come si esce dal pantano iraqueno? E con l´Afghanista che si fa?
Ciao
WW,
1) Hai scritto: “A me sembra, che l´aut-aut lo poni tu sostenendo, nel tuo articolo, che l´idealismo come stella polare della politica estera è stato definitivamente sconfitto dalla Storia”. Non ho mai scritto una cosa del genere. Tendi, permettimi, a semplificare troppo. Ma così si perdono sfumature, varianti, insomma i passaggi-chiave di una posizione. Se una cosa è grigio scura, puoi dire “è grigio scura” oppure “è nera”. Capirai che ce ne passa tra il grigio scuro e il nero…
2) Versailles. Io ti ho motivato storicamente i motivi diplomatici dell’insostenibilità di quel sistema. D’altronde questa è una ricostruzione cara ad una certa storiografia liberale classica (penso a Chabod, per esempio). Se poi vogliamo raccontarci che Hitler agì così perché pazzo e bla bla vario, facciamolo pure, ma a quel punto incontriamoci in un bel bar, con un cocktail e la gazzetta dello sport davanti.
Appeasement. Esatto, condivido. La lezione di fondo dell’appeasement è proprio quella di cui parli. Ma questo non significa automaticamente che appena sorge uno stallo diplomatico, si debba parlare di appeasement. Anche perché “la guerra sai quando comincia, non sai come finisce”. Per non dire delle conseguenze inintenzionali e dei riflussi di instabilità regionali e globali che un conflitto necessariamente implica.
Ikle. L’ho citato perché il suo studio è a mio avviso davvero ben fatto. E’ uno studio specifico, settoriale, che tratta un particolare problema del rapporto tra politica e storia. Per farti un esempio: mi reputo un monetarista friedmaniano in economia. Ciò non significa che alcuni innesti keynesiani allo studio dell’economia politica non siano stati fondamentali. Eppure sai che tra monetaristi e neo e vetero keyenesiani volano stracci… Ma sono uno che è abituato a ragionare sui contenuti. Le etichette seguono, non precedono.
Sull’equilibrio. L’equilibrio non è soltanto balance of power nel senso bismarckiano del termine. In Asia, per fare un esempio, gli Usa, dopo la rottura del 1969 sul fiume Ussuri tra Cina e Urss, hanno messo su un sistema assai efficiente di equilibrio detto “hub and spoke”. E cioé: loro al centro e poi tanti cerchi concentrici dal centro alla periferia. Gli alleati stanno nel primo cerchio, i semplici amici nel secondo, chi pone un po’ di grane nel terzo, la Cina nel quarto, la Corea del Nord nel quinto, all’estrema periferia. Questo è balance of power, Realpolitik 100%. E non è un caso che lo concepì e implementò HK. Un sistema del genere tiene tuttora e difende l’egemonia Usa nella regione. L’equilibrio - e qui sta il massimo insegnamento accademico di HK - è un meccanismo concettuale prima che storico, che si manifesta geopoliticamente, non politicamente come invece tendono a concepirlo (e quindi a rifiutarlo) i wilsoniani, tra i quali oggi spiccano i neoconservatori.
Sull’approccio scolastico. Se ho capito bene, intendi dire che tendo ad essere didascalico, didattico, etc. Dico bene? Se si, è quello che vorrei perché quell’articolo era per un quotidiano, e perciò estremamente divulgativo. Se scrivo per Ideazione, ad esempio, adotto un registro diverso. Idem se scrivo per Emporion. Altro registro, simile a quello per L’Opinione, molto didascalico utilizzo per gli articoli su Epistemes. Dipende da chi dovrà leggermi, no?
Ciao.
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