Noi, popoli delle Nazioni Unite, decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra […] e per tali fini a praticare la tolleranza ed a vivere in pace l’uno con l’altro in rapporti di buon vicinato […] ” (dal preambolo dello Statuto delle Nazioni Unite)
Era il 1949 quando cominciò la missione Unmogip nella regione del Kashmir per mettere fine alla contesa per il territorio tra India e Pakistan. Da allora sono passati quasi sessanta anni, i fallimenti delle missioni di pace targate Onu sono stati nettamente superiori ai trionfi e non si vede come a questa nuova missione in Libano possa essere riservato un destino differente. Nel Kashmir, ad oggi, la questione è tutt’altro che risolta: si è dovuta affrontare una seconda guerra nel 1971, la situazione all’inizio del XX secolo ha rischiato più volte di precipitare, i due paesi vivono costantemente sotto reciproca minaccia atomica e gli attentati da parte dei separatisti continuano a mietere migliaia di vittime.
Ma il Kashmir, dicevamo, è solo il primo di una lunga serie di fallimenti. Gli anni novanta sono stati una vera e propria collezione di disastri militari e strategici da parte dei Caschi blu. Era il 1994 e oltre ottocentomila Hutu vennero massacrati in Ruanda dai Tutsi con le forze Onu sistemate al sicuro e inermi dentro le mura del proprio quartier generale a Kigali. Ancora, negli stessi anni, la missione Unprofor nella ex Jugoslavia, uno dei momenti peggiori della storia delle Nazioni Unite. Dopo continue indecisioni da parte del comando militare e l’impossibilità d’intervento dettata dalle disposizioni internazionali, il 30 maggio del 1995 si decise di farsi da parte in Bosnia e di lasciare il destino di migliaia di musulmani nelle mani del generale serbo Ratko Mladic e dei suoi soldati. Il lento genocidio già in atto da mesi in quella regione subì una notevole escalation e migliaia di uomini vennero trucidati e sepolti nelle fosse comuni nei dintorni di Srebrenica.
E ancora, sempre negli stessi anni, gli anni novanta simbolo dei fallimenti delle istanze multilaterali di gestione delle crisi, il caso Haiti dove i Caschi blu sono tuttora impegnati ma la situazione è sempre lungi dall’essere vicina ad una concreta stabilizzazione. O Timor Est, nel sud-est asiatico -mentre è attesa una nuova missione di peacekeeping- dove, nonostante l’esito positivo del referendum indipendentista del 1999 sostenuto dall’Onu, furono trucidati quattromila timoresi per mano dell’esercito indonesiano insieme a numerose squadre della morte antiindipendentiste con gli emissari del Palazzo di vetro a far da spettatori.
Il fallimento della missione in Somalia col mesto ritiro delle truppe nel 1995 e una partita nel paese africano che è rimasta in ballo tra i “Signori della guerra” e le milizie armate finanziate dalle Corti Islamiche e da Al Qaeda. E sempre in Africa, nella regione del Darfur a ovest del Sudan, teatro di un conflitto tra neri e musulmani capace di provocare oltre trecentomila morti e due milioni e mezzo di sfollati, è in atto un autentico genocidio che tale non è solo per l’Onu che si dispensa così dall’intervenire.
Indiani e pakistani, slavi e musulmani, hutu e tutsi…tragedie tra paesi confinanti nelle quali l’intervento dei Caschi blu è stato insignificante spesso determinante nel far precipitare le crisi e nel fomentare la sfiducia dei popoli più deboli nei confronti di una comunità internazionale che si è mostrata troppe volte inadeguata. Con questo indecoroso passato la forza internazionale tornerà in Libano (da dove dovette scappare quasi a metà degli anni ottanta). Un intervento volto non si sa a cosa, certamente non a disarmare i terroristi di Hezbollah e che, anzi, finirà per far da scudo protettivo al silenzioso riarmo dei veri nemici della pace.
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