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StarSailor, Un sito di Francesco Sciotto

Archive for August, 2006

Ce lo dice Hillman

Vale la pena, eccome, ascoltarlo. Ciao ma’…

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Sotto l’egida dell’Onu…

Screw the UN

Noi, popoli delle Nazioni Unite, decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra […] e per tali fini a praticare la tolleranza ed a vivere in pace l’uno con l’altro in rapporti di buon vicinato […] ” (dal preambolo dello Statuto delle Nazioni Unite)

Era il 1949 quando cominciò la missione Unmogip nella regione del Kashmir per mettere fine alla contesa per il territorio tra India e Pakistan. Da allora sono passati quasi sessanta anni, i fallimenti delle missioni di pace targate Onu sono stati nettamente superiori ai trionfi e non si vede come a questa nuova missione in Libano possa essere riservato un destino differente. Nel Kashmir, ad oggi, la questione è tutt’altro che risolta: si è dovuta affrontare una seconda guerra nel 1971, la situazione all’inizio del XX secolo ha rischiato più volte di precipitare, i due paesi vivono costantemente sotto reciproca minaccia atomica e gli attentati da parte dei separatisti continuano a mietere migliaia di vittime.
Ma il Kashmir, dicevamo, è solo il primo di una lunga serie di fallimenti. Gli anni novanta sono stati una vera e propria collezione di disastri militari e strategici da parte dei Caschi blu. Era il 1994 e oltre ottocentomila Hutu vennero massacrati in Ruanda dai Tutsi con le forze Onu sistemate al sicuro e inermi dentro le mura del proprio quartier generale a Kigali. Ancora, negli stessi anni, la missione Unprofor nella ex Jugoslavia, uno dei momenti peggiori della storia delle Nazioni Unite. Dopo continue indecisioni da parte del comando militare e l’impossibilità d’intervento dettata dalle disposizioni internazionali, il 30 maggio del 1995 si decise di farsi da parte in Bosnia e di lasciare il destino di migliaia di musulmani nelle mani del generale serbo Ratko Mladic e dei suoi soldati. Il lento genocidio già in atto da mesi in quella regione subì una notevole escalation e migliaia di uomini vennero trucidati e sepolti nelle fosse comuni nei dintorni di Srebrenica.
E ancora, sempre negli stessi anni, gli anni novanta simbolo dei fallimenti delle istanze multilaterali di gestione delle crisi, il caso Haiti dove i Caschi blu sono tuttora impegnati ma la situazione è sempre lungi dall’essere vicina ad una concreta stabilizzazione. O Timor Est, nel sud-est asiatico -mentre è attesa una nuova missione di peacekeeping- dove, nonostante l’esito positivo del referendum indipendentista del 1999 sostenuto dall’Onu, furono trucidati quattromila timoresi per mano dell’esercito indonesiano insieme a numerose squadre della morte antiindipendentiste con gli emissari del Palazzo di vetro a far da spettatori.
Il fallimento della missione in Somalia col mesto ritiro delle truppe nel 1995 e una partita nel paese africano che è rimasta in ballo tra i “Signori della guerra” e le milizie armate finanziate dalle Corti Islamiche e da Al Qaeda. E sempre in Africa, nella regione del Darfur a ovest del Sudan, teatro di un conflitto tra neri e musulmani capace di provocare oltre trecentomila morti e due milioni e mezzo di sfollati, è in atto un autentico genocidio che tale non è solo per l’Onu che si dispensa così dall’intervenire.
Indiani e pakistani, slavi e musulmani, hutu e tutsi…tragedie tra paesi confinanti nelle quali l’intervento dei Caschi blu è stato insignificante spesso determinante nel far precipitare le crisi e nel fomentare la sfiducia dei popoli più deboli nei confronti di una comunità internazionale che si è mostrata troppe volte inadeguata. Con questo indecoroso passato la forza internazionale tornerà in Libano (da dove dovette scappare quasi a metà degli anni ottanta). Un intervento volto non si sa a cosa, certamente non a disarmare i terroristi di Hezbollah e che, anzi, finirà per far da scudo protettivo al silenzioso riarmo dei veri nemici della pace.

Trackback a Robinik’s: Screw the UN Open Post

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Dove vai Italia? (parte I)

Logo Giappone 2006Ladies (soprattutto) and gentlemen, ariecchime “operativo”, pronto a scrivervi qualcosa di sensato come mai visto prima d’ora su queste pagine :D
Per non affaticarmi troppo dato il caldo e la voglia (ancora) di vacanza e per dare tempo ai miei neuroni di tornare dalle ferie (in realtà loro vivono in ferie da una vita, ogni tanto mandano cartoline dalle località più disparate ma non ho mai avuto il piacere e l’onore di conoscerli di persona) vi parlo di qualcosa di “easy”, molto “easy”: gli studi di Milton Friedman sulla Teoria quantitativa della moneta. 
Si tratta di tanti studi e pure molto interessanti.
Fine.

Adesso passiamo a qualcosa di più impegnativo. Non posso ignorare la richiesta da parte dell’amico SGS di dire la mia sui mondiali di basket in corso di svolgimento in Giappone e sulla nostra nazionale appena eliminata per mano di una non trascendentale Lituania e dunque vi toccherà ascoltarmi (fate finta che ve lo stia leggendo io - che belle scene, signori :P ) un po’. Che la Lituania batta l’Italia in una partita di pallacanestro ci può stare. I baltici, pur privi del “Re” Sarunas Jasikevicius e del tremendo tiratore Ramunas Siskaukas e alle prese con un non semplice ricambio generazionale (pescare i nuovi Sabonis o Marciulonis non è affatto facile), restano una delle formazioni più forti del vecchio continente. Tre giocatori in NBA: Songaila (Chicago Bulls), Macijauskas (una stagione incolore a scaldare la panca dei NO/Ok Hornets e già di ritorno in Europa a far la stella nella prossima Eurolega con la maglia dell’Olympiakos Pireo) e Kleiza (Denver Nuggets); nessuno dei tre di primissimo livello oltreoceano ma certamente dei “fattori” se raffrontati al basket europeo. Eppoi, i due gemelli Lavrinovic (più Darius che Ksystof), il lungo Javtokas, la guardia “senese” Mindaugas Zukauskas e l’ala Gustas. Una squadra più che discreta che però domani tornerà a casa perdendo nettamente per mano della Spagna di Pau Gasol e che se rigiocasse per altre venti volte quell’ottavo di finale contro la nostra nazionale lo perderebbe sonoramente tutte e venti. Ma la controprova non potremo mai averla e con i “se” non si vincono le rassegne continentali e neppure le Olimpiadi quindi raccogliamo quello che si è visto di buono e prepariamoci perché l’obiettivo reale sono i campionati europei che si disputeranno la prossima estate e che assegneranno i posti per Pechino 2008, le prime Olimpiadi cinesi della storia. Innanzitutto partiamo da una considerazione fondamentale: questa nazionale ha un futuro roseo davanti a sè. Del vecchio gruppo, infatti, restavano solo il capitano Basile, Matteo Soragna (leader nascosto e autentica chioccia per questi giovani) e l’esperto centro, Denis Marconato. Per il resto erano tutti giovani alla prima o seconda esperienza importante con la maglia azzurra. Il Baso, dopo gli errori ai tiri liberi nel finale di gara e, in generale, dopo un mondiale giocato sottotono, ha voglia di mollare; tradito dalle gambe, da una condizione fisica ottimale che non è mai arrivata, ha finito per perdere anche la testa, la concentrazione, la tranquillità con la quale è sempre stato capace di segnare canestri incredibili, “bombe” da 7-8 metri: i “tiri ignoranti”, suo marchio di fabbrica. Fuori forma è arrivato anche Denis Marconato, lungo di rara tecnica con un più che distreto tiro dalla media ma da sempre con troppo poca grinta nel pitturato. Forse il loro ciclo in azzurro termina qui anche perché reggere l’onda d’urto di una stagione lunga dodici mesi dodici, giocando campionato ed Eurolega ad altissimi livelli più la preparazione con la Nazionale, può diventare impresa sempre più ardua col passare dell’età. Chi è sembrato invece fresco come un ragazzino è stato l’altro “vecchietto” del gruppo, Matteo Soragna. Per Teo ho un debole particolare dovuto al fatto che l’ho visto crescere cestisticamente e muovere i primi passi ad alto livello nella mia città. A cavallo tra i due secoli, infatti, indossò per tre stagioni la maglia della gloriosa Cestistica Barcellona, trascinandola dalla serie B alle Legadue fino alla finale per la promozione in Serie A persa di un soffio con la Snaidero Udine. Teo è un giocatore incredibile, l’erede di Riccardo Pittis per come la vedo io (è infatti ne ha pure ereditato la maglia n°7 nella Benetton Treviso). Sempre concentrato in difesa, pronto a marcare l’attaccante più pericoloso e a ripresentarsi dall’altra parte del campo con una lucidità da fare invidia che gli permette di effettuare (quasi) sempre la scelta giusta. Dalla sua leadership silenziosa sul parquet e dentro lo spogliatoio bisognerà ripartire.
FINE PRIMA PARTE - (SECONDA PARTE: Bargnani, Belinelli, i giovani e i “giovani”)

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E luce fu!

Torna a funzionare tutto, alla faccia di quello sfigato che in piena estate non ha trovato altro modo per divertirsi e ha rotto le palle al sottoscritto hackerando il mio (bel) sito.
Vacanze finite, o quasi. Un paio di giorni per riordinare le idee (e per lasciare le ultime sette fidanzate conosciute nell’ultima settimana) e torno ad essere dei “vostri”.
In fondo, mi siete mancati…

A presto,
Francesco

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